Le coccole dell’egocentrismo umano

Tempo fa mi sono imbattuta in un video che mostrava come in Giappone si possa comprare a ore la facoltà di coccolare e nutrire gatti oppure maialini. Gli ambienti sono al chiuso in un centro commerciale, puliti e privi di elementi veramente naturali. Probabilmente si tratta di una sorta di Pet therapy, ossia sfruttamento degli animali a vantaggio umano.

I gatti convivono in gran numero in uno stanzone in attesa che i clienti comprino le leccornie di cui sono golosi, per vivere quella che è definita un’esperienza di relax. I maialini sono ancora cuccioli, si fanno grattare e si addormentano offrendo tutta la tenerezza dei loro corpi alle carezze. L’autrice del video non si accorge delle luci artificiali, dell’assenza di fango ed erba, ma soprattutto non si domanda dove siano le madri di questi animali e cosa succederà loro quando cresceranno. Del resto è la stessa persona che una volta conclusa l’esperienza, soddisfatta di avere trascorso un’ora di spensieratezza e di fuga dalla vita artificiale della sua metropoli, consuma tranquillamente carne di maiale.

Anche in una situazione come questa gli animali sono al servizio delle esigenze umane, utilizzati come merce per chi guadagna o spende sulla loro pelle come fossero oggetti fabbricati per soddisfare dei bisogni. Non sono individui, non hanno una storia personale, non provano dei sentimenti che siano disgiunti dall’esperienza veloce del cliente affamato di pace. Non sono portatori di cambiamento nella persona che vive quell’esperienza, non la inducono a farsi delle domande, a collegare la dolcezza della morbidezza infantile che cerca nelle mani umane il calore della madre perduta, con i corpi martoriati e spezzati serviti poi nel piatto.

Questa cecità direi è l’aberrazione più insidiosa prodotta dalla condizione in cui facciamo vivere e morire gli animali. L’incapacità di sciogliere l’egoismo per cercare ciò che si scorgerebbe in una relazione più profonda, in nome di un’abitudine che non ci fa cambiare.

Vedere non è guardare e comprendere non è pensare di sapere.

Giusi Ferrari

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